Mt. Generoso: il parere di una biologa della fauna selvatica e contadina Postato il Sunday, 29 August @ 05:48:53 EST
Argomento: Idee e Tecnologie in Sosta.
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La “guerra” tra ambientalisti/animalisti e cacciatori per i camosci del Monte Generoso (e, in secondo piano, per i cervi del Monte San Giorgio) ha assunto in questi giorni toni preoccupanti. Ritengo quindi sia necessario, da ambo le parti, tornare ad un dialogo più pragmatico, sulla base di dati oggettivi. Caccia dannosa, caccia necessaria. In realtà, come spesso capita, la verità sta nel mezzo: questa caccia non è infatti né l’uno né l’altro. E’ stato constatato che la popolazione dei camosci del Generoso ha una struttura delle età ben equilibrata, si autoregola ed è sana; per questo una caccia effettivamente non è necessaria. D’altro canto un prelievo di “interessi” da questo capitale da parte dei cacciatori, ai margini della bandita, per soli tre giorni, non ritengo stravolgerà la situazione, neanche per quanto riguarda la distanza di fuga: chi è stato in altre bandite ticinesi, dove tutt’attorno si caccia, ha potuto constatare che, se non di 5-10 metri, la distanza di fuga è di 30-50 m, sufficiente quindi per poterli osservare in tutta tranquillità (ad es. bandita federale del Campo Tencia in Leventina, bandita di Ruscada nel Bellinzonese).
Se effettivamente sono presenti animali deboli o in cattiva salute, saranno comunque questi che per primi dovranno essere prelevati dai cacciatori, se la loro preoccupazione è quella di salvaguardare questa popolazione da eventuali problemi dovuti a una (presunta o effettiva) consanguineità. Diverso il discorso per quanto riguarda il Cervo, specie in grado di riprodursi e diffondersi in maniera esplosiva. Un esempio: una ventina di anni fa si è riusciti a reintrodurlo nel Parco degli Abruzzi, a partire da una trentina di esemplari, malgrado fosse presente una popolazione stabile e numerosa di lupi ed orsi; ora, quanto a densità di cervi, a chi si reca sul Monte Marsicano in ottobre sembra di trovarsi nel Parco nazionale svizzero. Anche in molte regioni ticinesi il Cervo ha raggiunto densità elevate, creando non pochi grattacapi ad agricoltura e foreste; e quando una popolazione ha raggiunto quei livelli è molto difficile riuscire nuovamente ad abbassarli. In una situazione completamente naturale si assisterebbe ad una distruzione più o meno pronunciata della base alimentare o al diffondersi di qualche malattia, al conseguente tracollo della popolazione dell’ungulato e ad una successiva ripresa; questo ciclo si ripeterebbe ad intervalli regolari, anche in presenza di predatori che, come è stato constatato, sono in grado solo di influenzare la distribuzione spaziale delle loro prede e di smorzare i picchi dell’oscillazione, ma non di eliminarla completamente. Per questo, se possibile, ritengo sia meglio intervenire con prelievi quando la popolazione di Cervo è ancora a livelli bassi, per cercare di evitare un aumento eccessivo degli effettivi e le conseguenti ripercussioni ambientali. Non ci si deve comunque illudere: soprattutto nel Sottoceneri, regione con molto bosco, la caccia al Cervo è una caccia difficile e, anche dove è permessa da anni, i prelievi non sono attualmente in grado di impedire l’aumento della popolazione di questo ungulato e di limitare in maniera incisiva i danni all’agricoltura; nel nostro caso, ad esempio, per proteggere il vigneto saccheggiato lo scorso anno dai cervi (in zona aperta alla caccia), si è rivelato più efficace installare anche un recinto elettrico, piuttosto che contare soltanto sulle doppiette dei nostri cacciatori.
Chiara Solari Storni, Sala Capriasca
biologa della fauna e contadina
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